La natura non è un lusso: intervista alla Psicologa Ambientale Rita White
Viviamo sempre più tempo in ambienti chiusi, progettati per essere efficienti ma spesso disconnessi da ciò che ci fa stare bene davvero. Eppure il nostro corpo, la nostra mente, il nostro modo di percepire il mondo non sono cambiati: restano profondamente legati alla natura. È da qui che parte la riflessione di Rita White, psicologa ambientale e presidente dell’Accademia Italiana di Biofilia, che ci invita a guardare agli spazi che abitiamo non come semplici contenitori, ma come elementi attivi del nostro benessere.
In questa conversazione emerge una visione chiara: la natura non è un elemento decorativo da aggiungere alla fine, ma una componente essenziale da cui ripartire per ripensare case, uffici e città. Dalla salute mentale alla progettazione urbana, dalla produttività alla vita quotidiana, la biofilia si rivela come una chiave concreta per vivere meglio.
Ecco cosa ci ha raccontato:
-Il legame profondo tra essere umano e natura.
-Perché la biofilia non è una moda, ma una necessità biologica.
-Come progettare spazi che non siano solo belli, ma davvero rigenerativi.
-Il ruolo dei sensi nel creare ambienti che fanno stare bene.
-Nuove prospettive per portare la natura anche nelle città più dense.
-L’impatto reale degli ambienti biofilici su lavoro, concentrazione e relazioni.
-Gli errori più comuni quando si prova a integrare la natura negli spazi.
-Come trasformare anche un semplice terrazzo in un luogo vivo e abitabile.
Per capire meglio come tutto questo si traduce nella realtà, le abbiamo fatto alcune domande:
1. Ti chiediamo di presentarti e di presentare l’Accademia Italiana di Biofilia
Sono Psicologa Ambientale e Clinica e Presidente dell’Accademia Italiana di Biofilia (AIB). Da 10 anni mi occupo del rapporto tra ambiente, salute mentale e benessere, con un’attenzione particolare a come gli spazi in cui viviamo, lavoriamo e ci prendiamo cura di noi possano influenzare profondamente il nostro equilibrio psicofisico. L’Accademia Italiana di Biofilia (AIB) nasce proprio da questa visione: diffondere in Italia una cultura e una pratica della Biofilia scientificamente fondata, accessibile e concretamente attuabile. AIB è un Ente tecnico-scientifico no profit che si occupa di ricerca, formazione, consulenza e divulgazione, e riunisce una rete interdisciplinare di Accademici ed Esperti. Il nostro obiettivo è far comprendere che il legame tra essere umano e natura non riguarda solo l’estetica o il verde decorativo, ma la salute, la progettazione, l’educazione, il lavoro, le città e, più in generale, la qualità della vita.
2. Come definiresti la “biofilia” a chi la considera solo una tendenza estetica, e perché è una necessità biologica piuttosto che un lusso architettonico?
La Biofilia, in senso scientifico, è la tendenza innata dell’essere umano a cercare connessione con la vita e con i sistemi naturali. Il termine è stato introdotto dallo psicologo Erich Fromm come amore per la vita e per tutto ciò che è vivo, e successivamente sviluppato dal biologo Edward O. Wilson per descrivere il legame ancestrale e il bisogno biologico che abbiamo di entrare in relazione con ciò che è vitale, naturale e che ci ricorda il vivente. Per questo ridurla a una tendenza estetica è un errore. La natura non ci attrae solo perché è bella: ci regola, ci orienta, ci calma, ci sostiene. Il nostro corpo e il nostro cervello si sono formati per centinaia di migliaia di anni in ambienti naturali, mentre la vita urbana e fortemente artificiale è una condizione molto recente nella storia dell’Homo sapiens. Ecco perché la Biofilia non è un lusso architettonico, ma una necessità psico-biologica. Da qui nasce il Biophilic Design, o Progettazione Biofilica: non come stile decorativo, ma come applicazione concreta di questo sapere agli spazi in cui viviamo. Il punto non è aggiungere un tocco di verde, ma progettare ambienti più umani, più salutari e più coerenti con i bisogni profondi delle persone.
3. Oltre alla vista (il verde delle piante), in che modo il design biofilico dovrebbe coinvolgere l’udito, l’olfatto e il tatto per creare un ambiente davvero rigenerativo?
La Progettazione Biofilica funziona davvero quando non si ferma all’immagine, ma coinvolge il corpo nel suo insieme. La natura, infatti, non viene percepita solo con gli occhi: la riconosciamo anche nel fruscio delle foglie, nel suono dell’acqua, nel profumo dei fiori o delle erbe aromatiche, nel contatto con materiali naturali, nella qualità dell’aria, nella luce che cambia durante la giornata. Il valore rigenerativo nasce proprio da questa coerenza multisensoriale. Per questo un ambiente biofilico non dovrebbe limitarsi a mostrare la natura, ma farla anche sentire. Significa lavorare su paesaggi sonori meno meccanici, su profumi naturali e non artificiali, su materiali autentici come legno e pietra, su una luce viva e variabile. In altre parole, non basta rappresentare la natura: bisogna restituirne l’esperienza a 360 gradi.
4. Nelle metropoli moderne dove lo spazio è limitato, quali sono le soluzioni più efficaci per riportare il contatto con la natura senza dover necessariamente creare grandi parchi?
La risposta non è solo nei grandi parchi, ma nella diffusione capillare della natura nella vita quotidiana. La Biofilia urbana funziona quando il verde è vicino, accessibile e ripetuto nel tempo: alberi visibili da casa, cortili rigenerati, percorsi ombreggiati, tetti verdi, pareti vegetali, piccoli spazi di prossimità, piazze con acqua e vegetazione, balconi e terrazze abitabili. Non serve sempre il grande gesto: spesso funziona di più una rete di occasioni quotidiane di contatto con la natura. In questo senso è molto utile la regola scientifica del 3-30-300: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno tre alberi da casa, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e trovarsi a non più di 300 metri da uno spazio verde accessibile. È una sintesi molto efficace perché sposta l’attenzione dal verde spettacolare al verde di prossimità, quello che realmente incide sulla qualità della vita urbana.
5. Esistono dati o casi studio che dimostrano come un ufficio progettato con criteri biofilici possa influenzare direttamente la salute mentale e le performance dei lavoratori?
Sì, e oggi abbiamo basi molto solide per dirlo. Il contatto con elementi naturali favorisce il recupero dell’attenzione, riduce lo stress e migliora il tono dell’umore. In termini molto concreti, significa che uno spazio con luce naturale, viste sul verde, materiali naturali, vegetazione e una buona qualità sensoriale può aiutare le persone a concentrarsi meglio, affaticarsi meno e lavorare con maggiore lucidità. Il punto interessante è che non si tratta solo di benessere percepito. Quando l’ambiente sostiene il sistema nervoso invece di sovraccaricarlo, migliorano anche la qualità dell’esperienza lavorativa, la capacità di recupero mentale, la creatività e spesso anche la qualità delle relazioni. Per questo la Progettazione Biofilica non è un “plus” estetico per uffici di lusso, ma una leva concreta di benessere, engagement e performance.
6. Qual è l’errore più frequente che architetti e designer commettono quando cercano di integrare la natura nei loro progetti?
L’errore più frequente è considerare la Progettazione Biofilica come una questione di stile o di estetica, e non come un approccio tecnico-scientifico, interdisciplinare ed evidence-based. È anche per questo che la terminologia conta: in italiano, la traduzione corretta di Biophilic Design non è “design biofilico”, ma Progettazione Biofilica. Non è una differenza solo formale, ma sostanziale. Parlare di “design biofilico” rischia infatti di far pensare a un linguaggio decorativo o all’aggiunta di qualche elemento verde. La Progettazione Biofilica, invece, è un processo progettuale molto più ampio e integrato, che coinvolge architettura, psicologia ambientale, ecologia, salute pubblica, paesaggio e pianificazione urbana. Non riguarda solo l’immagine dello spazio, ma il modo in cui quello spazio viene concepito per sostenere il benessere umano nella sua relazione psico-biologica con la natura. L’errore, quindi, è ridurla a scenografia: qualche pianta, una parete verde o un materiale naturale inseriti a progetto quasi concluso. Ma la Progettazione Biofilica funziona davvero solo quando viene pensata fin dall’inizio come parte strutturale del progetto, con attenzione a luce naturale, aria, materiali, esperienza multisensoriale, rapporto interno-esterno, biodiversità, uso reale dello spazio e coerenza con il contesto. Il miglior progetto biofilico è quello che non avrebbe potuto essere creato altrove.
7. È possibile utilizzare la biofilia in quelle abitazioni senza un giardino (es. appartamenti) ma con la presenza di terrazze? Quali sono i principali strumenti per rendere un terrazzo biofilico?
Assolutamente sì. Un terrazzo può diventare una vera soglia biofilica tra casa e natura, anche in città e anche in spazi contenuti. Il punto non è la metratura, ma la qualità dell’esperienza che riesce a offrire: presenza di vegetazione, possibilità di viverlo davvero – per il riposo, il lavoro, il gioco o la socializzazione – luce, aria, ombra, profumi, variazione stagionale e piccoli segni di biodiversità. Per rendere un terrazzo davvero biofilico partirei da alcuni elementi chiave: piante adatte all’esposizione, meglio se anche aromatiche o stagionali; uso del verde in verticale; una seduta che inviti a fermarsi; materiali naturali come legno o pietra; una buona regia di luce e ombra; e, quando possibile, soluzioni che favoriscano la biodiversità, come fioriture per impollinatori o piccoli rifugi per l’avifauna. Dal punto di vista psicologico, terrazzi e balconi hanno un valore importante: rappresentano uno spazio di passaggio tra l’interno e l’esterno e possono diventare luoghi di ristoro, decompressione e riconnessione con ciò che ci circonda. Per questo non dovrebbero essere pensati come semplici sfoghi esterni, ma come spazi vivi e abitabili. Anche spazi molto piccoli possono diventare piccole oasi biofiliche, se pensati come luoghi da vivere e non solo da arredare. In questo modo il terrazzo diventa uno spazio rigenerativo, capace di riavvicinarci alla natura anche nel cuore della città, non solo per noi ma anche per i nostri animali domestici.
Intervista alla Psicologa Ambientale Rita White
La natura non è un lusso: intervista alla Psicologa Ambientale Rita White
Viviamo sempre più tempo in ambienti chiusi, progettati per essere efficienti ma spesso disconnessi da ciò che ci fa stare bene davvero. Eppure il nostro corpo, la nostra mente, il nostro modo di percepire il mondo non sono cambiati: restano profondamente legati alla natura. È da qui che parte la riflessione di Rita White, psicologa ambientale e presidente dell’Accademia Italiana di Biofilia, che ci invita a guardare agli spazi che abitiamo non come semplici contenitori, ma come elementi attivi del nostro benessere.
In questa conversazione emerge una visione chiara: la natura non è un elemento decorativo da aggiungere alla fine, ma una componente essenziale da cui ripartire per ripensare case, uffici e città. Dalla salute mentale alla progettazione urbana, dalla produttività alla vita quotidiana, la biofilia si rivela come una chiave concreta per vivere meglio.
-Il legame profondo tra essere umano e natura.
-Perché la biofilia non è una moda, ma una necessità biologica.
-Come progettare spazi che non siano solo belli, ma davvero rigenerativi.
-Il ruolo dei sensi nel creare ambienti che fanno stare bene.
-Nuove prospettive per portare la natura anche nelle città più dense.
-L’impatto reale degli ambienti biofilici su lavoro, concentrazione e relazioni.
-Gli errori più comuni quando si prova a integrare la natura negli spazi.
-Come trasformare anche un semplice terrazzo in un luogo vivo e abitabile.
Per capire meglio come tutto questo si traduce nella realtà, le abbiamo fatto alcune domande:
1. Ti chiediamo di presentarti e di presentare l’Accademia Italiana di Biofilia
Sono Psicologa Ambientale e Clinica e Presidente dell’Accademia Italiana di Biofilia (AIB). Da 10 anni mi occupo del rapporto tra ambiente, salute mentale e benessere, con un’attenzione particolare a come gli spazi in cui viviamo, lavoriamo e ci prendiamo cura di noi possano influenzare profondamente il nostro equilibrio psicofisico. L’Accademia Italiana di Biofilia (AIB) nasce proprio da questa visione: diffondere in Italia una cultura e una pratica della Biofilia scientificamente fondata, accessibile e concretamente attuabile. AIB è un Ente tecnico-scientifico no profit che si occupa di ricerca, formazione, consulenza e divulgazione, e riunisce una rete interdisciplinare di Accademici ed Esperti. Il nostro obiettivo è far comprendere che il legame tra essere umano e natura non riguarda solo l’estetica o il verde decorativo, ma la salute, la progettazione, l’educazione, il lavoro, le città e, più in generale, la qualità della vita.
2. Come definiresti la “biofilia” a chi la considera solo una tendenza estetica, e perché è una necessità biologica piuttosto che un lusso architettonico?
La Biofilia, in senso scientifico, è la tendenza innata dell’essere umano a cercare connessione con la vita e con i sistemi naturali. Il termine è stato introdotto dallo psicologo Erich Fromm come amore per la vita e per tutto ciò che è vivo, e successivamente sviluppato dal biologo Edward O. Wilson per descrivere il legame ancestrale e il bisogno biologico che abbiamo di entrare in relazione con ciò che è vitale, naturale e che ci ricorda il vivente. Per questo ridurla a una tendenza estetica è un errore. La natura non ci attrae solo perché è bella: ci regola, ci orienta, ci calma, ci sostiene. Il nostro corpo e il nostro cervello si sono formati per centinaia di migliaia di anni in ambienti naturali, mentre la vita urbana e fortemente artificiale è una condizione molto recente nella storia dell’Homo sapiens. Ecco perché la Biofilia non è un lusso architettonico, ma una necessità psico-biologica. Da qui nasce il Biophilic Design, o Progettazione Biofilica: non come stile decorativo, ma come applicazione concreta di questo sapere agli spazi in cui viviamo. Il punto non è aggiungere un tocco di verde, ma progettare ambienti più umani, più salutari e più coerenti con i bisogni profondi delle persone.
3. Oltre alla vista (il verde delle piante), in che modo il design biofilico dovrebbe coinvolgere l’udito, l’olfatto e il tatto per creare un ambiente davvero rigenerativo?
La Progettazione Biofilica funziona davvero quando non si ferma all’immagine, ma coinvolge il corpo nel suo insieme. La natura, infatti, non viene percepita solo con gli occhi: la riconosciamo anche nel fruscio delle foglie, nel suono dell’acqua, nel profumo dei fiori o delle erbe aromatiche, nel contatto con materiali naturali, nella qualità dell’aria, nella luce che cambia durante la giornata. Il valore rigenerativo nasce proprio da questa coerenza multisensoriale. Per questo un ambiente biofilico non dovrebbe limitarsi a mostrare la natura, ma farla anche sentire. Significa lavorare su paesaggi sonori meno meccanici, su profumi naturali e non artificiali, su materiali autentici come legno e pietra, su una luce viva e variabile. In altre parole, non basta rappresentare la natura: bisogna restituirne l’esperienza a 360 gradi.
4. Nelle metropoli moderne dove lo spazio è limitato, quali sono le soluzioni più efficaci per riportare il contatto con la natura senza dover necessariamente creare grandi parchi?
La risposta non è solo nei grandi parchi, ma nella diffusione capillare della natura nella vita quotidiana. La Biofilia urbana funziona quando il verde è vicino, accessibile e ripetuto nel tempo: alberi visibili da casa, cortili rigenerati, percorsi ombreggiati, tetti verdi, pareti vegetali, piccoli spazi di prossimità, piazze con acqua e vegetazione, balconi e terrazze abitabili. Non serve sempre il grande gesto: spesso funziona di più una rete di occasioni quotidiane di contatto con la natura. In questo senso è molto utile la regola scientifica del 3-30-300: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno tre alberi da casa, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e trovarsi a non più di 300 metri da uno spazio verde accessibile. È una sintesi molto efficace perché sposta l’attenzione dal verde spettacolare al verde di prossimità, quello che realmente incide sulla qualità della vita urbana.
5. Esistono dati o casi studio che dimostrano come un ufficio progettato con criteri biofilici possa influenzare direttamente la salute mentale e le performance dei lavoratori?
Sì, e oggi abbiamo basi molto solide per dirlo. Il contatto con elementi naturali favorisce il recupero dell’attenzione, riduce lo stress e migliora il tono dell’umore. In termini molto concreti, significa che uno spazio con luce naturale, viste sul verde, materiali naturali, vegetazione e una buona qualità sensoriale può aiutare le persone a concentrarsi meglio, affaticarsi meno e lavorare con maggiore lucidità. Il punto interessante è che non si tratta solo di benessere percepito. Quando l’ambiente sostiene il sistema nervoso invece di sovraccaricarlo, migliorano anche la qualità dell’esperienza lavorativa, la capacità di recupero mentale, la creatività e spesso anche la qualità delle relazioni. Per questo la Progettazione Biofilica non è un “plus” estetico per uffici di lusso, ma una leva concreta di benessere, engagement e performance.
6. Qual è l’errore più frequente che architetti e designer commettono quando cercano di integrare la natura nei loro progetti?
L’errore più frequente è considerare la Progettazione Biofilica come una questione di stile o di estetica, e non come un approccio tecnico-scientifico, interdisciplinare ed evidence-based. È anche per questo che la terminologia conta: in italiano, la traduzione corretta di Biophilic Design non è “design biofilico”, ma Progettazione Biofilica. Non è una differenza solo formale, ma sostanziale. Parlare di “design biofilico” rischia infatti di far pensare a un linguaggio decorativo o all’aggiunta di qualche elemento verde. La Progettazione Biofilica, invece, è un processo progettuale molto più ampio e integrato, che coinvolge architettura, psicologia ambientale, ecologia, salute pubblica, paesaggio e pianificazione urbana. Non riguarda solo l’immagine dello spazio, ma il modo in cui quello spazio viene concepito per sostenere il benessere umano nella sua relazione psico-biologica con la natura. L’errore, quindi, è ridurla a scenografia: qualche pianta, una parete verde o un materiale naturale inseriti a progetto quasi concluso. Ma la Progettazione Biofilica funziona davvero solo quando viene pensata fin dall’inizio come parte strutturale del progetto, con attenzione a luce naturale, aria, materiali, esperienza multisensoriale, rapporto interno-esterno, biodiversità, uso reale dello spazio e coerenza con il contesto. Il miglior progetto biofilico è quello che non avrebbe potuto essere creato altrove.
7. È possibile utilizzare la biofilia in quelle abitazioni senza un giardino (es. appartamenti) ma con la presenza di terrazze? Quali sono i principali strumenti per rendere un terrazzo biofilico?
Assolutamente sì. Un terrazzo può diventare una vera soglia biofilica tra casa e natura, anche in città e anche in spazi contenuti. Il punto non è la metratura, ma la qualità dell’esperienza che riesce a offrire: presenza di vegetazione, possibilità di viverlo davvero – per il riposo, il lavoro, il gioco o la socializzazione – luce, aria, ombra, profumi, variazione stagionale e piccoli segni di biodiversità. Per rendere un terrazzo davvero biofilico partirei da alcuni elementi chiave: piante adatte all’esposizione, meglio se anche aromatiche o stagionali; uso del verde in verticale; una seduta che inviti a fermarsi; materiali naturali come legno o pietra; una buona regia di luce e ombra; e, quando possibile, soluzioni che favoriscano la biodiversità, come fioriture per impollinatori o piccoli rifugi per l’avifauna. Dal punto di vista psicologico, terrazzi e balconi hanno un valore importante: rappresentano uno spazio di passaggio tra l’interno e l’esterno e possono diventare luoghi di ristoro, decompressione e riconnessione con ciò che ci circonda. Per questo non dovrebbero essere pensati come semplici sfoghi esterni, ma come spazi vivi e abitabili. Anche spazi molto piccoli possono diventare piccole oasi biofiliche, se pensati come luoghi da vivere e non solo da arredare. In questo modo il terrazzo diventa uno spazio rigenerativo, capace di riavvicinarci alla natura anche nel cuore della città, non solo per noi ma anche per i nostri animali domestici.
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